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Il fuoco nel cuore – Deepak Chopra

Posted in Manuale, romanzi, sapori, odori, attualita, eventi, Saggio on 09/05/2013 by ADSO

Un libro su che risposte dare alle domande fondamentali che possono farci i nostri figli.
L’ho letto tutto d’un fiato perchè è scritto in modo semplice e narra in fondo come una fiaba, la vita di un ragazzo che ancora si poneva quesiti escatologici, pur vivendo le stesse angosce di un ragazzo qualunque.
La differenza che mi è apparsa più evidente è proprio quella del contesto: deepak ha vissuto un’adolescenza a contatto con la natura; chi dei ragazzi di oggi potrebbe dire lo stesso?
C’è chi scappa quando gli si avvicina una mosca.
Dunque mancando questa base, come potrebbe un ragazzo capire cosa vuol dire osservare un ragno tessere una tela, a chi oggi interessa più?
A quei ragazzi che danno da mangiare a un cagnolino virtuale toccando lo schermo di una nintendo, un cagnolino che non fa i bisogni, che porti a spasso con un dito?
A quei ragazzi che mimano le mosse di uno sciatore davanti a uno schermo?
A chi interessa più conoscere la cosa vera che c’è dietro il nome e dietro la sua immagine riprodotta su uno dei nostri onnipresenti dispositivi mobili?

Nemmeno il national geographic annovera più dei giovani tra il suo pubblico, ma solo anziani memori delle bellezze ormai perdute della natura che sta diventando la moderna atlantide destinata ad affondare.
In ogni caso, lo leggerò ai miei figli. Forse non tanto per le risposte quanto per insegnare loro che nella vita la cosa più importante è imparare a porsi le giuste domande.

“Il piú grande fiore del mondo” José Saramago

Posted in romanzi, sapori, odori, attualita, eventi, thriller, scrittura, angoscia, psicopatologie, quotidianita' with tags , , , , , , , , , , , , on 16/10/2012 by ADSO

José, premio nobel per la letteratura col suo memoriale del convento, inizia questo libro per bambini, dicendo che per scrivere storie per ragazzi sarebbe necessario essere precisi ed usare parole semplici per farsi capire. Afferma di non saperlo fare, dicendo poi che ció che avrebbe voluto scrivere se fosse stato all’altezza sarebbe stato cosí…
La storia si snoda in poche pagine, e racconta con piccole meravigliose descrizioni di un bambino che, supera i confini della casa, del giardino e del mondo tutto e poi sceglie, di buttarsi in un vuoto immaginato ma buio, con due parole e un bellissimo disegno.
le due parole sono:
-e andó-
Osando il tuffó nell’aldilà sconosciuto e oscuro, il bimbo scopre di ritrovarsi in una realtà sebbene simile a quella che viveva, molto piú interessante.
infatti il fiore appassito che vi ritrova, con tanti viaggi ma poca acqua portata senza contenitori tra le mani, diventa gigante tanto da diventare un faro che dall’ altro mondo, quello rasasicurante da cui gli adulti non osano distaccarsi, si vede e rivela il luogo dove essi troveranno il bimbo addormentanto, coperto e difeso da uno dei giganti petali del fiore ormai maestosamente abnorme.
A me ha fatto venire in mente la potenza del simbolo.
quel fiore é un simbolo che, puó apparir morto o sepolto o appassito, ma che “curato” accolto, innaffiato di studio e approfondimento, puó diventare una meravigliosa coperta o scudo dalle intemperie della vita.
Il bimbo torna a casa, dalla finestra interiore egli puó osservare quello stesso simbolo che si staglia grande e denso, che non lo abbandonerà mai nell’incoscienza.
Poi José si riserva lo spazio per rivolgere un ultimo interrogativo la piccolo lettore,
lasciando a chi legge la scelta e augurandosi di rileggere la stessa storia che lui non ha saputo scrivere, magari scritta da chi lo sta leggendo.

“La Maga delle spezie” Chitra B.Divakaruni

Posted in romanzi, sapori, odori, attualita, eventi, thriller, scrittura, angoscia, psicopatologie, quotidianita' with tags , , , , , , , , , on 09/10/2012 by ADSO

Un pò di queste spezie servirebbero,

un pò di questo dolore ascetico condividiamo

quando non possiamo, non siamo in grado razionalmente

di scegliere. 

Ricorriamo agli espedienti molli, e le mani rimangono appiccicose.

Questo libro ha del fantasioso e appare reale e vicino.

La storia non poggia su basi reali eppure, è come se tutti sapessimo che lo sono

le spezie sono un deus ex machina e le protagoniste.

Esse parlano al cuore della donna che le usa, quando esso non è contaminato

dalle passioni, dall’amore.

I ricordi si oscurano. Il presente assume la forma di un cataclisma.

Quando sembra che tutto stia per finire, proprio lì si cela

una vera e propria iniziazione.

“Estensione del dominio della lotta” Michel Houellebecq

Posted in romanzi, sapori, odori, attualita, eventi with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 03/10/2012 by ADSO

Nella lingua di Houllebecq una lunga recensione é un ossimoro.
Nel mondo di Houellebecq, il sorriso é la sola manifestazione in grado di mostrarci la cifra dell’infelicità umana; ma solo per chi queste cose sa cogliere.

“Su un muro della stazione di Sevres- Babylone ho visto uno strano graffito: Dio ha voluto ineguaglianze, non ingiustizie, c’era scritto. Mi sono chiesto chi potesse essere quella persona cosí bene informata sulle intenzioni di Dio”

Nell’universo del mostruoso dejavú in cui viviamo, l’unica istruzione é quella alla noia, al non vivere, all’ indifferente considerare tutto senza parteciparvi, per terminare poi come nelle particelle elementari ad ignorare persino noi stessi, per perdersi ripensando la possibilità dello sbaglio sociale come unica forma di esperienza possibile e condivisibile, come evoluzione darwiniana dell’organismo sociale corrotto dall’immagine e dai peccati capitali.

Non condivido il giudizio di chi afferma che Houellebecq é un Camus moderno, con la stessa forza. Io trovo differenze tra le due “personalità” sebbene entrambi lascino un marchio bipolare a fuoco nell’anima con su scritto “sii disilluso ” e ” ceci n’est pas une pipe”.

Irrinunciabile.

“El encanto cotidiano” Sara Ban Breatnach

Posted in romanzi, sapori, odori, attualita, eventi with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 01/10/2012 by ADSO

Que locura este libro! direbbe la mia amica Laura I.
italiana seppur spagnola d’adozione che vive a Barcellona e alla quale dedico questo post:
questo libro me la fa venire in mente.
L’ho ripreso in mano dopo averlo volontariamente abbandonato tempo fa.
L’avevo comprato su una nave della Grimaldi che portava me insieme alla mia famiglia proprio a Barcellona dove Laura l’avrei rivista davvero, dopo anni.
Saremmo arrivati con sei ore di ritardo causa mare grosso e loro ci avrebbero atteso senza notizie perché in alto mare i cellulari non prendono, preoccupandosi oppure pensando che li avessimo snobbati.
Avremmo poi preso una birra io e lei da sole, in un bar che stava per chiudere, intorno alle 2 di notte. Ci siamo dette tante cose con poco.
Ho persino pensato che non fossero passati cosí tanti anni, persone, piogge, ricordi, spettacoli, corsi, lavori, tra noi.
Questo libro, inizia un pó sommessamente, raccontando una storia, quella dell’autrice, la quale non credeva si sarebbe mai trovata costretta a letto per un anno per un grave incidente.
Essa stessa nella premessa racconta come sia riuscita a trasformare questo periodo di profonda depressione, in un periodo prima di immensa comprensione e poi di riscatto.
Avete capito in questo preciso momento perché non sia andata avanti a leggerlo. Proprio non si attagliava a me una storia di cosí grande “perfezione”. Era già indiscutibilmente noiosa questa stessa sua capacità di trarre il meglio dal brutto, laddove nemmeno di ció che gli altri della mia vita credevano il bello, io riuscivo a giustificarmi l’inconsistenza morale ed estetica.
Poi anche la mia vita é cambiata, tanto é successo.
Il libro é diviso per mesi. Quindi é stato per me naturale scorrere le pagine e iniziare a leggerlo dal mese in corso.
C’ é un consiglio per ogni periodo dell’anno, che prende spunto sia dalle forze, dalle energie stagionali che si sprigionano da sempre nella natura, sia dalle esperienze vissute dall’autrice, che le lega a questi momenti di passaggio da uno stato all’ altro.
Il sottotitolo del libro, i libri non ne hanno piú, é ‘un ano de splendor y sencillez” – un anno di splendore e semplicità.
Ho deciso di non mettere in discussione gli assunti o l’ idea a monte dietro le affermazioni che leggevo. Me lo sono goduto senza tante domande, ed é stata la cosa piú difficile per me, seppur migliore.
Ogni mese un consiglio,
ogni periodo un suggerimento,
ogni capitolo una citazione,
ogni tanto uno scossone,
l’assenza di superstizione.
Questo libro (ed é tra i migliori complimenti che io possa fare)
l’ avrebbe potuto scrivere mia nonna Antonia,
intitolandolo
C’é tempo per ogni cosa e ogni cosa a suo tempo (accadrà).

p.s. there’s something Nature and my granma Antonia have in common
Nature rulez and my Granny too!

Tuttalpiú muoio -Albinati & Timi

Posted in romanzi, sapori, odori, attualita, eventi with tags , , , , , , , , , , , , , , on 20/09/2012 by ADSO

Niente virgolettato per il titolo di questo libro, comprato perché come attore mi piace molto Filippo Timi, e quindi anche qui il pregiudizio che avesse azzardato troppo a scrivere un libro era da sfatare.
Sono bastate le prime righe.
1. La mia mamma

” Nasco come tutti dalla mamma, come tutti a sette mesi dopo che la mamma per sbaglio si versa acqua bollente sul pancione.
Neppure la pancia della mamma era un posto sicuro.
Nasco terrorizzato.
Stavo nel mio bel mondo, nella pancia della mamma, quel mondo perfetto dove solo io ci stavo, tranquillo a vivere e galleggiare, con il calore di un corpo tutt’intorno e come cielo carne, la volta celeste era un immenso corpo che mi portava a spasso.
L’orizzonte non esisteva, non esisteva la guerra, c’ero solo io ma non mi sentivo solo. (…)
Sono nato a sette mesi dopo un’ustione della mamma.
Mi sono cacciato fuori, perché dove stavo non era sicuro come sembrava.
Sono nato da solo, mi sono ribellato a un dolore che non capivo. Sono nato da un dolore.”

Potrebbe forse bastare solo questo incipit, per parlare un pó di mille trattati di psicologia a cui spesso facciamo riferimento nelle nostre assonnate vite.
Oppure potremmo soffermarci un attimo a pensare alla percezione che hanno i bambini di ció che accade ed alla percezione regressiva che abbiamo noi stessi del nostro passato quando riandiamo alla nostra piccola età.
La storia narrata in questo libro é una storia di assoluta e consapevole imperfezione. Una consapevolezza prenatale. In questo libro c’é anche il dialetto umbro.
ci sono filastrocche e frasi della vita di un bambino e di un ragazzo, che hanno scandito con il loro particolare risuonare, momenti topici e difficoltà incipienti.
Parole smozzicate e non ragionate sono quelle del dialetto, come fossero archetipi della lingua, che possediamo ma non ce ne rendiamo conto.
Invece il giovane percorre un cammino involontariamente anticonformista sul quale gli altri non l’hanno tratto per mano, ma l’hanno spinto da dietro, con una mano tra le scapole, con una spinta non piacevole che ti rende insicuro spesso, ma non inetto.

Mi é molto, molto piaciuto questo “esordio letterario”
L’ho trovato come cadere in acqua per sbaglio, scivolando sul bagnato
e scoprire un’ acqua limpida con un fondale pungente, a causa del quale sei felice di non appiedare.

‘Leone l’Africano’ Amin Maalouf

Posted in romanzi, sapori, odori, attualita, eventi with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18/09/2012 by ADSO

‘Une peripetie donc, dont ou ne pourrait se lasser. Et pourtant vien de comparable a’ ce qui nous attend’ …
Queste sono le ultime frasi della dedica che trovo scritta in questo libro.
Amin Maalouf, nome di un libanese colto che trasferitosi a Parigi nel 1976 comincia a scrivere libri, romanzi meravigliosi, come questo.
Io non ho mai amato molto le descrizioni, eppure alcune come quelle di questo romanzo mi hanno colpito. La storia di Leone, definito l’Africano seppure non lo fosse, ne di nascita ne di acquisizione. La storia di un uomo che ha vissuto mille storie e si e’ perso in esse, senza perdere la sua identita’.
Lui stesso dice ‘ Sono figlio della strada, la mia patria e’ la carovana, la mia vita la piu’ imprevedibile delle traversate’. Effettivamente accompagnare o forse seguire dietro le lunghe tuniche arabe dei passanti il nostro Leone, e’ stata tra le avventure piu’ affascinanti.
La sensazione che ho provato e’ stata quella di guardare tacitamente quest’uomo scuro di carnagione,
come fossi una bambina attaccata alla tunica di un mercante che percorreva per caso la sua stessa via.
Leone non rinuncera’ mai a una sola cosa nel lungo viaggio che lo portera’ dall’Africa a Roma.
Leone non rinuncia a se’ stesso, come sapesse
di essere il bene piu’ grande oltre che unica risorsa
come una fiera nella giungla che non conta su nessun altro se non sulle proprie forze.
Come ogni uomo che deve difendersi, ma con fare meno famelico e piu’ rassegnato,
cosi’ consapevole che la bellezza puo’ avvicinarsi ad ognuno di noi seppure non appartenerci,
da non soffrirne, non piu’.
E’ stato un meraviglioso viaggio. Sono state lunghe le peregrinazioni per giungere fino a Itaca, per dirla con Kostantinos.
Ad Itaca non giungono che pochi,
pochi eletti dalla sofferenza e dalla scelta di fare un percorso interiore.
Pochi eletti dalla consapevolezza che la vita ed il mondo non si esauriscono intorno
al denaro, al materiale, al quotidiano, alla routine.
Quei pochi che sanno che c’e’ altro e a quell’altro – qualsiasi cosa sia- che sentono vivo,
si aggrappano forte, per non soccombere,
Per trasmettere ai propri figli un anelito
che e’ quello Biblico dell’Ecclesiaste,
quando afferma che in ognuno c’e’
una tensione interiore
verso il divino.
Qualsiasi cosa questo divino sia per ciascuno di voi.

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