Angelopolis : Danielle Trussoni

Non ce la facevo più. Non lo traducevano in italiano allora, corsa su Amazon e via.

Godiamocelo in lingua orginale (in realtà pensavo: tanto è sempre il sequel di un libro bellissimo non sarà all’altezza delle aspettative): come mi sbagliavo.

Ma questa Danielle è una storiografa russa, ho pensato, poi ho corretto il mio pensiero immaginando in quali biblioteche polverose fosse finita a cercare di documenti storici di cui parla nel libro.

Ma che bello sentire l’odore dei libri quando si legge qualcosa.

Quell’odore immaginario che per un lasso infinitesimale di tempo ci fa capire che le categorie stesse di tempo e spazio non esistono, perchè tutto lo costruiamo con il nostro pensiero.

A me è sembrato proprio di vederlo questo Lucien.

E l’uovo, e le uova.

Finalmente ho capito a cosa servivano le uova fabergè.

Ho anche immaginato che ne avrei voluto uno.

Sono andata a studiare la pianta della prigione citata nel libro. Insomma, ho imparato anche qualcosa di architettura, del grande occhio del panopticon, della qhabbala, delle piume e delle donne.

Poi ho girato la pagina ed era finito.

Mi sono arrabbiata di una rabbia sana, quella che nasce dalla voglia di leggere ancora.

 

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